Filemone e Bauci
Due elementi, tecnica mista su legno di recupero, ferro e oro, base Ø 71 cm, h 183 cm, Ø 104 cm / base 80 x 50 cm, h 204 cm, Ø 125 cm, 2021
“Filemone e Bauci” evoca l’omonimo racconto di Ovidio nelle Metamorfosi ispirato al mito di Ecale di Callimaco.
Nella narrazione ovidiana, grazie all’ospitalità e all’accoglienza concesse a Zeus e a suo figlio Ermes, nelle sembianze di comuni mortali, da parte di Filemone e Bauci nella loro umile capanna in una città della Frigia (ospitalità negata dagli altri abitanti), la ricompensa divina si esprime realizzando i desideri dell’anziana coppia, vale a dire poter dedicare tutta la loro restante vita al culto della divinità come sacerdoti e custodi del tempio, in cui nel frattempo è trasformata la loro dimora, e di morire nello stesso istante in modo che nessuno dei due possa sopravvivere all’altro. Nel momento del distacco terreno Bauci si trasforma in una florida pianta di Tiglio e Filemone in Quercia.
Nell’immaginario degli artisti di ogni epoca i due alberi si innestano in un unico tronco a testimonianza dell’indissolubilità del legame coniugale, oltre il tempo. Amore coniugale (Tiglio) e rettitudine morale e giustizia (Quercia) è ciò che sopravvive per l’eternità ai misfatti e alle caducità umane, una sorta di motore creativo ultramondano intrinseco all’universo sensibile che guida ogni processo trasformativo nello spazio e nel tempo. Come in altre esperienze di Carlini, il titolo discende a posteriori dalla fruizione della scultura da parte dell’artista medesima che approccia al processo creativo ed espressivo essenzialmente lasciandosi meravigliare e coinvolgere dall’intima essenza della materia la cui vitalità trova una nuova dimensione nell’opera.
Manca qualunque intento per così dire ecologico e di indirizzo valoriale nella motivazione pre-scultorea dell’artista. La ricaduta simbolica e concettuale per il fruitore è frutto di un caos-germe – tanto per usare una categoria mutuata dalla teorica sulla pittura di Cézanne, Klee e Bacon – in cui la ricerca della trasformazione alchemica della materia è incisa profondamente da un’istanza trascendentale (vale a dire link con l’ultramondano) inconsapevole. Il caos-germe si espande nella scultura minimizzando i codici estetici. L’inconscio link con l’universale agisce nel caos creativo e trova nel manufatto artistico una sorta di antenna trasmittente di emozioni e riflessioni cognitive su cogenti questioni esistenziali e sociali (destino dell’essere umano e del mondo naturale, salvaguardia del pianeta dalle manipolazioni umane, sopravvivenza dei valori identitari nelle comunità civili, etc.) per il fruitore.
Le sezioni dei tronchi di legno impreziosite da rivoli e spugnature d’oro, costrette in cerchi di ferro sospesi a differente altezza su una struttura sempre in ferro con basi di forma geometrica differente (circolare e rettangolare), non solo non riescono a dialogare tra di loro ma sembrano autonomamente incapaci di un’espansione ad libitum, l’osservatore registra una sorta di stop alla connessione con il cielo, con l’infinito, con l’ultramondano, ovvero con quelle categorie aprioristiche tanto care a Kant. La costrizione dei legni se da un alto suggerisce al fruitore la negazione dell’equilibrio cosmico da parte dell’essere umano contemporaneo, che ha un atteggiamento sovvertitore e manipolatorio in ossequio di un ego incontenibile, dall’altro denuncia l’inconsapevole tunnel spirituale dell’artista che non vuole lasciarsi incidere dalla Luce trascendentale, tuttavia presente e operante dentro di lei.
Il materiale naturale recuperato e la ricaduta simbolica dell’opera per il fruitore sono il volano per una scultura per così dire “sostenibile”, in quanto perora l’esigenza di uno sviluppo economico, sociale e ambientale planetario sostenibile, che renda merito al medesimo motore trasformativo di ogni realtà sensibile e la cui incontaminazione è necessità imprescindibile per una sopravvivenza del pianeta.
Marco Eugenio Di Giandomenico




